Lo sguardo oltre l’obiettivo – Antonino Costa

Oggi Antonino Costa è un rinomato fotografo e direttore della fotografia, ma chi è davvero l’uomo dietro la macchina fotografica? Qual è la visione, il percorso, l’emozione che guidano il suo sguardo?
Antonino, chi sei quando la macchina fotografica non è puntata su un set? Raccontaci l’universo personale che alimenta il tuo modo di osservare il mondo. Come nasce la tua passione per la fotografia? Qual è stato il momento o l’incontro che ha segnato l’inizio del tuo percorso?
Ho iniziato a fotografare a quattordici anni con una vecchia Yashica 6×6 che mi regalò mio zio Augusto. Lui autodidatta aveva aperto un negozietto di fotografia, uno di quelli dove facevi le fototessere, compravi i rullini e li riportavi per farli sviluppare e stampare, vendeva anche le cornici… Nel tempo cominciò a uscire come fotografo per servizi e per qualche foto sportiva. Il negozio non durò molto, la sua vera passione era la musica… ma ciò bastò per insegnarmi i primi rudimenti tecnici della fotografia, ovvero le regole base per esporre bene un negativo e inquadrare decentemente un soggetto. A quella età non avevo passione per un genere di fotografia e neanche ne conoscevo i grandi maestri. Mi piaceva fotografare e vedere il risultato nelle stampe. Ho dovuto aspettare i vent’anni per rendermi conto delle potenzialità espressive di questa arte, grazie al mio professore di fotografia alla Nuova Accademia di Belle Arti di Milano. Solo alla fine del biennio di studio della materia portai il primo rullino con trentasei fotografie reputate da lui “finalmente buone”, tutte le precedenti erano state solo delle fotografie bene esposte, ben inquadrate, ma prive di un concetto, di una narrazione, di una ricerca. Ci sono voluti comunque atri dieci anni prima che capissi cosa è fotografare per me e questo anche grazie ai maestri che ho avuto la fortuna di conoscere. La mia visione fotografica si ispira soprattutto alla letteratura, in particolare ai grandi scrittori siciliani del Novecento; e anche ai fotografi newyorchesi degli anni Ottanta e Novanta. Ritengo che il mio stile artistico abbia preso forma a Milano e durante i periodi trascorsi all’estero, quindi lontano dalla Sicilia. Questa distanza, per noi siciliani, genera spesso una profonda introspezione e un senso di dramma interiore: l’allontanamento dalla terra e la continua ricerca di essa nel posto del mondo che poi abbiamo scelto per vivere. Catartico divenne il mio peregrinare nelle periferie del capoluogo lombardo quando dovetti lasciare il centro per trovare una casa con un affitto più
economico. Ne uscì il lavoro Milano Zona Cinque con la pubblicazione su Doppiozero, grazie a Marco Belpoliti che notò ad una mostra collettiva una mia fotografia e mi propose una rubrica settimanale con testo e foto. Questa esperienza editoriale portò definitivamente la mia fotografia fuori dal cassetto e segnò l’inizio della carriera artistica. Essa divenne un modo per scrivere e fare memoria, prendere appunti. Quasi sempre torno successivamente in un posto per realizzare lo scatto, non vado in giro con la macchina fotografica. Prima c’è l’osservazione, l’attesa, anche delle condizioni atmosferiche e della
luce. Il gesto di premere il pulsante di scatto è l’ultimo dei miei pensieri, però credo di essere un fotografo 24 ore su 24, posso dire che le foto più belle che ho fatto sono quelle immaginate mentre ero senza la macchina fotografica.
Che ruolo ha il cinema nella tua vita e nel tuo lavoro? C’è un legame speciale tra la tua fotografia e il linguaggio cinematografico?
Il mio mestiere è quello del direttore della fotografia, mi sono formato a Milano prima ai noleggi di materiale tecnico per il cinema e poi sui set lavorando a contatto con gli altri tecnici della crew. Sul set siamo in tanti per produrre un’immagine in movimento, quando fotografo per i miei lavori d’autore sono solo. Passo così da una visione all’altra, dall’immagine filmata alla fotografia statica, e le due arti si influenzino a vicenda.
Oggi, quali sono i soggetti che più ti attraggono e che diventano oggetto delle tue ricerche? Cosa ti affascina, cosa continui a inseguire attraverso le tue immagini? La terra, l’entroterra siciliano, i suoi colori e le sue anime appaiono nella tua ultima visione fotografica. Cosa rappresentano per te? Che rapporto hai con questi luoghi profondi e identitari?
Vivo a Palermo da circa cinque anni, ma ancora non so che rapporto ho con questa città; per ora, non amo più fotografarla come facevo in passato; sono molto attratto dall’entroterra siciliano: il paesaggio, dove cerco però un elemento antropologico, l’uomo o il suo passaggio; la sua influenza nel territorio. La mia rimane di base una fotografia documentaria del paesaggio urbano e rurale. Non guardo e fotografo solo le cose belle, c’è ancora tanto dramma e sporco in questa terra. Credo che fotografare mi dia l’illusione di conoscere meglio una cosa, appropriarmi di un ricordo e fare memoria. Mi aiuta a trovare risposte o magari solo a formulare domande specie sulla sicilitudine, il concetto reso celebre da Leonardo Sciascia e che è stato oggetto di discernimento specie nel lungo periodo che ho vissuto a Milano.
In un’epoca in cui la fotografia è diventata accessibile a tutti, cosa distingue davvero un fotografo
professionista? Qual è, secondo te, la qualità che fa la differenza?
Certamente non è la tecnica, o il materiale tecnico a disposizione. Oggi tutti posso produrre belle immagini. Il discorso risiede nel concetto che c’è dietro la produzione di una fotografia, la motivazione, la ricerca, quanto hai camminato prima di realizzarla e forse il dramma che ti ha spinto a scattarla. La fotografia non è del fotografo, lo è nella fase di realizzazione, fino al momento del ”click”; un tempo quando c’era solo la pellicola, rimaneva tua fino a quando consegnavi il rullino allo stampatore, per svilupparlo e poi stampare le fotografie scelte. Dal momento in cui la fotografia viene fuori dal bagno acido, è di tutti. Ci vuole responsabilità e impegno per consegnarla al mondo.
Parlaci del tuo ultimo progetto. Su cosa stai lavorando e cosa desideri esplorare attraverso questo nuovo capitolo creativo?
Come dicevo mi sto concentrando sull’entroterra siciliano. Ho già qualche buono scatto per questo progetto che ho chiamata Sicily countryside, ma le foto che devo produrre sono ancora molte. Per questo nel corso della scorsa estate ho sentito il bisogno di realizzare uno spin-off che ho intitolato: STUDIO SULLA NATURA DELL’ISOLA. Dall’osservazione di un paesaggio dell’entroterra siciliano mi interrogo ancora una volta sulla nostra natura di isolani. Un passo indietro: cosa è questo paesaggio? Rappresenta forse l’archetipo di Sicilia ossia isola; terra di mare, vento e fuochi (di vulcani e di incendi). Essa è terra stessa, in senso di latifondo, di agricoltura, di confisca.
Ho fotografato un campo dopo la mietitura, si vedono i solchi lasciati da un trattore. Bellamente un folto stormo di piccioni appollaiati oziosamente su dei fili elettrici “rovinano” lo scatto proprio come quando stanno sulle teste delle statue dei nostri personaggi illustri allocate nelle piazze di paese e delle città; sono sessantasette i piccioni, li ho contati. Nell’impossibilità di cogliere tutto ciò in una fotografia, ho cercato aiuto nei colori dei pigmenti
classici, conferendo ad ognuno di essi la risposta alla mia ricerca sull’archetipo, cercando connessione con le teorie greche sui quattro elementi.
L’opera è composta quindi da quattro fotografie, sempre la stessa immagine riprodotta con diversi effetti di colore. Ogni fotografia può essere considerata singolarmente, ma è possibile anche combinarla con altre due o tre immagini della serie, oppure accostarle tutte per rappresentare l’interezza del progetto.
#1 BLU OLTREMARE – L’isola, il mare – elemento Acqua
#2 GIALLO ORO – Il sole, il cielo – elemento Aria
#3 TERRA DI SICILIA – Il territorio, l’agricoltura – elemento Terra
#4 OCRA ROSSA – I vulcani, gli incendi – elemento Fuoco
C’è qualcosa – o qualcuno – che avresti voluto fotografare e che ancora non hai avuto l’occasione
di immortalare? Un desiderio rimasto sospeso, un sogno fotografico?
Ci sono ancora molte fotografie che voglio realizzare, alcune sono già annotate e aspettano di essere prodotte, bisogna anche reperire i fondi per muoversi. Un sogno fotografico? Forse realizzare un reportage fotografico sul martin pescatore, un piccolo uccello colorato che popola le rive dei corsi d'acqua e dei laghi. Una volta ne vidi uno volare rasente il corso d’acqua di una roggia nella periferia di Milano.
Qual è il tuo sogno nel cassetto? Il progetto, l’idea o il traguardo che ti piacerebbe un giorno realizzare?
Ho la bozza di un libro fotografico su Palermo, è un progetto fermo da anni. Mi piacerebbe portarlo
a termine e vederlo realizzato.
written by Antonino Costa